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14.05.05

Ci manca il tempo

Oramai non c’e più tempo! Sopra questo viale di Roma che curvo s’arrampica tra i pioppi spogli di Villa Borghese e si ritorce e s’allunga tra queste fontane che sgorgano brividi di solitudine e freddo.
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Oramai non c’è più tempo! Tra le pieghe del tuo foulard rosa antico, tra le nostre mani clandestine che si stringono rosse dentro la tasca complice del mio impermeabile. Piove su Roma, una pioggia secca di foglie che non bagna i nostri cuori arsi da tante lecite menzogne, che ora ci appaiono chiare e ci fanno ridicole. E camminiamo fuori posto senza più appiglio, senza che un pizzico d’insana follia ci venga in soccorso a darci ragione, a darci coraggio per colmare questo vuoto di assenza e silenzio, e alleviare questo peso che ci dà nausea e forze di stomaco. Fossi almeno capace di vomitare! Ma non ci sono riuscita per tutta la vita! Neanche con un dito ficcato contro le tonsille o un intero limone spremuto dentro un caffè. Ora basterebbe molto di meno, solo parole legate da un senso che arrivino dritte dentro quella parte sana di cuore ancora non marcia. Non parli! Ed io non ti rispondo, anche se so benissimo che dovrei spiegarmi, parlarti, raccontarti di come ho passato questi ultimi giorni, di come, in mezzo a questo temporale che minaccia e non piove, ho trovato la superbia per farti sentire di colpo un’estranea, per farmi sentire decisa come mai sono stata.
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Non parli! Ed io non rispondo perché tutto oramai suonerebbe come distacco accompagnato dal rumore di questo vento, di queste foglie morte che invano cercano di danzare, non toccare terra ed essere ancora vive. Mi stringi la mano fino ad intorpidirmi le dita, fino a premermi con forza la gamba per ribadire che conti, nonostante da un’ora muta m’offendi e senza parole inveisci quanto una voce che strilla. Sapessi quanta pena mi sento! Quanto quei tuoi occhi bagnati da cane m’infittiscano il sangue e il respiro che ingoio insieme a boccate di risentimento e dolore. Sapessi come vorrei vederti nella mia stanza, dentro il mio letto illuminato da un fascio di pulviscoli sospesi sulla tua faccia struccata, o sopra quel capezzolo ribelle che mi provoca e m’invita. Ora misera tento ancora di farti sentire protetta, e m’azzardo a sfiorarti i capelli che chiederebbero conforto a chiunque passasse vicino questo steccato, ma non certo a questa mano che si ritrae e m’appare ipocrita e distante da qualsiasi benevola intenzione.

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Ti fermi e ti siedi senza darmene conto. Mai prima d’ora sarebbe potuto accadere, mai prima d’ora m’avresti lasciato di scatto la mano facendomi stringere soltanto un gelido vuoto. Ti sposti nervosa la frangia dagli occhi e mi guardi diffidente come se portassi un trucco diverso o un maglione che tu non m’hai mai regalato. Ti vedo piccola, più giovane di quanto tu sia veramente, più minuscola di una bambina in cerca di madre, di un viso in cerca di carezze e di baci che, solo ora mi rendo conto, non potrò più offrirti. Mi siedo vicino e cerco parole, sto cercando ancora parole da quando ti ho vista, da quando la tua mano ha stretto la mia convinta ed illusa che ancora nulla avevo deciso, incerta e delusa che nulla avrei più detto. Ed ora accompagno a piccoli passi il tuo dolore come vedova nell’ultimo viaggio insieme. Lo vedo! I tuoi occhi non hanno più luce, ora sono solo in cerca di un altro padrone che asciughi almeno quel pianto che ora mi strugge.
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Ma niente poteva essere diverso, nient’altro sarebbe potuto accadere per evitare quest’amarezza che c’imprigiona e c’incatena in questi ultimi, brevi istanti dove ci sentiamo ancora per poco indispensabili all’altra. Ancora per il tempo che corre mi guardi come se fossi vuota, paesaggio senza alberi e case, dove all’orizzonte si perde uno sguardo, una storia come questa che stiamo ancora vivendo. Ma torni vicina e mi stringi i lembi del cappotto, come se fosse il mio corpo, come se ora nient’altro ti sia consentito. Trattieni il respiro e ti gonfi la faccia, stai lì lì per parlare, lo sento. Come vorrei che tu mi dicessi qualcosa, qualsiasi cosa che non sappia di rimprovero! Ma non mi merito poi tanto! Dimmi, ti prego, dimmi che sono stata una stronza, che almeno potevo dirti cosa frullava nel mia testa malata, che in questi giorni distanti e lontane non avevo nulla da fare. Dimmi, ti prego dimmi, che mi sono comportata come una semplice madre che per un bene più grande provoca amarezza e dolore istantaneo. Dimmi ti prego dimmi che comunque la si voglia vedere non ti ho considerata all’altezza dei miei pensieri! Dimmi, ti prego, dimmi …

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Ma solo mi fissi e mi guardi e mi vieni vicina, più vicina per farmi toccare il tuo dolore, perché i nostri mali si confortino insieme, rivendicando a vicenda la propria sofferenza che incurva sopra questo steccato. E mi vieni vicina e mi accarezzi la stoffa finché dentro un bottone slacciato trovi calore ed alcova per il tuo viso, la tua bocca. Che ne sarà di domani se ora mi trovi senza difese? Che ne sarà dei miei propositi di ieri se le tue labbra continuano a cercarmi e si stringono a morsa sul mio seno oramai completamente immerso nel paesaggio autunnale. Un’ombra grigia che passa, rallenta e non crede ai suoi occhi, si ferma e ci guarda, ma sa che non è passione, non può essere amore se disperate ci cerchiamo, se ti fai così piccola e ti contengo in una mano. Succhi avida il mio seno, ma non posso più nutrirti, non dovrò più riempirti le giornate che da ora, tra qualche minuto, da quando staccherai la tua bocca sarà come non ci fossimo mai viste.
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Ma succhialo e fammi del male! Come un uomo senza rendersi conto, come se fosse la prima volta o l’ennesima dove non ci si accorge di quanto ridicoli possano essere i nostri istinti. Succhialo fino ad essiccarti la bocca, fino a che la lingua stanca non si ritragga tra i denti. Succhialo sapendo che è l’ultimo che succhi, che tra poco nessun seno riempirà più la tua bocca e non dovrai più consumare la lingua per far venire chi ami. Succhialo e dammi piacere che ora non sento! Perché le tue labbra ne rimangano impresse, perché questa saliva che abbondante cola e mi bagna non s’asciughi al primo alito di vento. Fa che i miei seni rimangano umidi come lenzuola stese d’inverno, come nebbia che fitta s’infiltra tra le mie ossa infiammate dagli anni. Anche se solo ora mi rendo conto che gli anni che porto non hanno mai fatto differenza! Ma tutto ciò ora suona maledettamente sfilacciato, non colpisce e non fa effetto come questo ti amo che rimane compresso e deforme dentro le mie labbra, come questo tuo “nonostante ti voglio” che s’infiacchisce prima di diventare una flebile voce.

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Improvvisamente t’alzi e mi lasci in balia dei miei sguardi, del rossore di questo seno allungato che senza il tuo sostegno, la tua passione, cala e s’aggrinzisce convinto che nessun’altra bocca, di uomo, di donna possa un giorno fargli provare quello che volutamente ha reciso. Non c’è più tempo! Lo sento nel rumore dei tuoi passi che mi camminano, ora indietro perché vittima, ora davanti perché risoluta, e finalmente fianco a fianco lungo le ultime panchine di questo viale che ci vedono di nuovo mano per mano. Mi stringi la mano fino ad intorpidirmi le dita, fino a premermi con forza la gamba per ribadire che conti, nonostante da un’ora muta m’offendi e senza parole inveisci quanto una voce che strilla.
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Sapessi quanta pena mi sento! Quanto quei tuoi occhi bagnati da cane m’infittiscano il sangue e il respiro che ingoio insieme a boccate di risentimento e dolore. Usciamo fuori dalla villa e Roma ritorna normale, uno spicchio tiepido di sole riflette sulle vetrine di sconti, sugli impiegati che pranzano in piedi, sui poliziotti che fanno la scorta. Ci fermiamo al rosso del primo semaforo e la tua mano mi sfugge, questa volta per sempre. Come vorrei che tu mi dicessi qualcosa, qualsiasi cosa che non sappia di rimprovero! Ma non mi merito poi tanto! Dall’altro lato della strada un uomo ignaro t’aspetta. Ora corri, ora ridi, ora lo baci in punta di piedi. Ti seguo con gli occhi, non ti volti e sei quasi felice, l’uomo ti prende la mano ancora tiepida e ti trascina via. Lontano.

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Postato il 10:48 | Commenti (0)

06.05.05

Vizi di una Signora

Lui insiste, s’accanisce e mi preme, come se s’aspettasse l’ultima goccia. Mi sento dentro una bolla, nascosta nell’incoscienza di pareti più spesse, come se il cameriere non mi potesse vedere. Invece è lì che guarda, con un sogghigno che guarda, chissà quante ne avrà già viste di scene, d’amanti che macchiano la stoffa salmone, che svuotano i liquidi delle proprie paure, delle proprie impotenze.

Ma io ora sto bene, davvero sto bene, se fossi in un letto m’addormenterei di colpo, come se quest’orgasmo immobile e muto, m’avesse svuotata quanto una corsa per campi, quanto le urla in preda ad un’angoscia. Sto bene e lo guardo, solo ora m’accorgo che il suo naso è storto, ha la bocca fina ed il dorso della mano è folto di peli. Ora s’aspetta qualcosa, lo vedo che ha fretta, paga il conto e mi guarda, lascia la mancia e mi dice di andare. Certo non può finire con una donna appagata ed un uomo che aspetta, almeno che lo ripaghi con la stessa moneta, con la stessa tenacia che m’ha fatto venire. Ho sempre odiato orgasmi asincroni perché è sempre la donna a godere per prima, e poi fa fatica, perché la voglia è scemata, e non rimane che tecnica per metterci amore, la coscienza di sapere che tra poco le tocca a superare sé stessa nonostante la forma, l’odore. Eccolo che s’alza e mi dice di andare, mi mette una mano sui fianchi come se fossi sua moglie, come se avesse paura che ora scappassi, perché davvero sto bene se non ci fosse dell’altro, se la sera finisse con un bacio al parcheggio dove ho lasciato la macchina. E’ proprio in quel parcheggio che si sta dirigendo, senza luce e senza macchine, in una tetra distesa d’asfalto, che fa paura a pensare che è il nostro nido d’amore, dove per la prima volta tradisco un marito, che ancora sta sveglio e di sicuro mi pensa, e lo tradisco tra cartacce e bisogni di cani, tra padroni in ciabatte che sperano in fretta di andare a dormire. Tiene una mano al volante e l’altra tra le mie cosce, mi dice che ho un paio di calze perfette, un bordo, un ricamo che mai così tanto l’aveva intrigato, mi dice che sono bella che lo sarei altrettanto se non portassi che niente, che i quarant’anni sono passati più fretta, rispetto al mio corpo, alla pelle che liscia vicino al mio sesso. Ma come posso credergli? Come posso credere ad un uomo che non vede l’ora di fermare la macchina, che non sta più nella pelle e nei pantaloni, che ora mi dice di abbassare la lampo, mi dice cortese se me la sento, mentre lui mette le marce, accelera e frena.

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Oddio come mi sono ridotta? A masturbare un uomo in giro di notte, con l’unico fine di farlo venire, senza che almeno ci sia un pretesto, un contorno di luna o solo di mare, parole che servono per giustificare la presa, questa di un sesso che meccanica muovo. E pensare che ero quasi convinta d’una suite al centro di Roma, distesa in un letto dove allunghi una mano e trovi un calice di spumante ghiacciato. Come mi sono ridotta! Con mio marito che avrà guardato quattro volte la sveglia, ed io con la paura che una pattuglia ci fermi, e mi rallenti il ritmo di questa mano che spera, che non manchi poi tanto a mettere fine, ad una serata pensata diversa. Cosa le dico alla poliziotta? Che sono sposata? Che ho la macchina in panne? E che questo è solo un buon uomo che mi sta accompagnando. Lui non ci pensa nemmeno, ha pagato un biglietto su quella sedia salmone, ed adesso pretende, si gode una gonna, una donna, le sue unghie rifatte prima di uscire. Ferma la macchina accanto alla mia, non sente i pensieri che mi frullano dentro, sente solo la mano che leggera lo prende, e senza strappi lo segue nell’andare voglioso del suo respiro più caldo. E’ soddisfatto di quanto mi sia calata nella parte. In effetti non vedo nessuna differenza se m’avesse incontrata per strada, se m’avesse chiesto per quanto ed io di risposta cinquanta di bocca, di mani ed altro ne possiamo parlare. “Ma come ti sei vestita?” Mi pare di sentire la sua voce mentre alza la gonna. Oddio, ma come si permette? Si sente in dovere di giudicarmi soltanto perché m’ha fatto godere! Lui non parla ed io mi sento lo stesso ridicola, davvero mignotta, cerco di trattenergli la mano, di non farmi scoprire, ma poi rido, rido perché lui non s’accorga che il posto più bello del mondo è accanto ad uomo che s’alza tre volte ogni notte e fa il giro di casa, che dorme, che russa e nemmeno mi sogna.

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Se lo sapesse Cecilia, che la prima volta che esco con un uomo, mi faccio scopare dentro un parcheggio! Lei non mi crede adatta a queste cose, dice che ho un seno borghese che va ciucciato chiedendo permesso, scusi, permette di signora, che mai mi lascerei andare soltanto all’istinto. Eccomi qui invece a spalancare le gambe in un atto di riconoscenza, lui s’infila s’accomoda e sembra a suo agio, poi si sfila e ricomincia daccapo. Mi guardo intorno e guardo di fuori, mi sforzo di trovare un fremito d’emozione tra queste luci gialle appannate dal vetro. Eppure erano anni che non uscivo la sera, quante volte nei miei sogni incompiuti ho desiderato di stare come ora mi prende, come ora mi bacia, come ora le mie gambe si stringono sopra i sui fianchi. Vabbè non c’è amore, ma leggero lontano, mi pare di sentire un qualcosa di nuovo, come se tra le pareti che scorre abbia trovato un’ansa più fertile, una voglia per anni rimasta a dormire, oddio la sento si fa più vicina, mi crea vuoto e rimbombo tra la pelle e le ossa, mai e poi mai l’avrei creduto stasera. Lui insiste, ha capito che sto quasi cedendo, che mi sto abbandonando anche se la testa è da tutt’altra parte. Adesso va più piano e dà energia ad ogni colpo, come stesse centrando quel punto, quell’ansa, quel cunicolo stretto inaridito dal tempo. Mi piace sentire il suo fiato che rantola e soffia dalle parti del seno, la mano che mi tura la bocca e l’altra che cerca il permesso nello spacco protetto da un solo filo di stoffa. Oddio sto gridando, di nuovo sto gridando, mai era successo dopo neanche mezz’ora di sentire intatta la voglia come se fossero mesi. Lo sento quel fremito che in alto mi sbatte e m’aggrappo di nuovo con le gambe ai suoi fianchi, lui capisce ed affonda, s’assesta e ritenta per andare oltre l’oltre che chiedo gridando, nelle sponde più umide e strette dove depongo i miei sogni quando solo da sola riesco ad inoltrarmi. Lì non c’è affetto, non c’è amore che conta, ma solo la voglia di farsi una donna, di farla godere come ora sta facendo, c’è solo il desiderio di abbandonarsi alla forza, d’essere l’unica agli occhi che mi guardano dritti, che mi penetrano in fondo quanto ad un metro sta facendo il suo sesso.

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C’è solo l’orgoglio di vederla godere, di vederla incosciente che passa la soglia, d’avere un nome una casa ed un ruolo, d’essere carne e pelle perché il resto non conta, d’essere membrana senza anima dentro. Lui scarica dentro la sua villa e suoi cani, la fierezza d’esserci riuscito stasera, in una sola sera, stanotte, in una sola notte, la prima, a scoprirmi la gonna, a toccarmi i peli intimi senza chieder permesso, a fare l’amore senza curarsi d’un mazzo di rose davanti lo specchio all’ingresso di questa suite che sa di parcheggio. Ora davvero non manca più niente! Rallenta come se mi stesse aspettando, ora più in fretta cercando di nuovo quel punto, l’urlo congiunto che secca la gola e ci fa appannare i vetri di questa macchina che fa da culla e si muove in un dondolio che farebbe scandalo a vederlo da fuori. Poi tutto silenzio torna il tatto di una pelle straniera, torna il timbro di una voce lontana, tornano frasi che hanno un concetto, una ragione nel dirle ed imbastire risposte. Istintivamente abbasso la gonna, come è osceno il movimento di una donna che si riassesta mutande, come è volgare la mano di un uomo che alza la lampo. Mi guarda e mi dice che sono stata perfetta, ma son sicura che sta pensando puttana. Rido, che differenza potrebbe mai avere a quest’ora di notte, sopra questa spianata d’asfalto. Dall’altra parte della rete c’è una strada che corre deserta, si sente il rumore di una fontana che scroscia. Un uomo che corre in tuta e maglietta, una donna ostinata che vende uno spacco, inutile quanto quell’acqua. Non c’è altra vita che mi possa dare la dimensione di quello che ho fatto, l’intensità di quanto proibito c’è stato stanotte perché da soli non abbiamo misura, non riusciamo a sapere il confine dopo il quale ci venga il rifiuto, il peccato che ci fa voglia di casa, di rimetterci in fretta la vestaglia appesa nel bagno che sa di pulito e sa di famiglia.

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Ma chi è quest’uomo che m’è entrato qui dentro? Come mai gli ho permesso di slabbrarmi la pelle, di arrivare nell’intimo che non è certo la fica, non è certo la carne che lui ha scomposto. Ma chi è quest’uomo che mi ha ripetuto più volte parole indecenti, che ne ho respirato il vapore e mi ha riempito la bocca, gli occhi, la testa, che m’ha cercato l’orlo delle mutande da sera. Non per voglia, non per sesso, solo per il gusto di saziarsi dopo l’amore, mentre ritorna a casa da solo, pensando che s’è fatto una donna e se l’è fatta per bene, che s’è fatta una moglie e s’è fatto il rossetto. Ma chi è questa donna che sta vedendo il suo specchio al di là della rete, dentro un ristorante che accavallava il ricamo per farsi un amante e farselo in fretta, perché in due ore quale mai altra dote avrei mai potuto ostentare? Scendo dalla macchina e ci salutiamo a stento, forse anche per lui ora c’è bisogno di casa, c’è bisogno di quella cagna bastarda che lo sta aspettando al cancello, c’è bisogno di moglie che tradisce e che ama perché gli concede questo svago ogni tanto. Chissà quante volte avrà visto questa scena di una donna che accende il motore e poco prima s’è fatto. Pochi minuti mi separano da casa, dovrei sentirmi leggera e magari cantare, mentre guido su queste strade deserte. Ma che tristezza pensare che tra poco scivolerò in un letto che qualcuno per amore o timore ha già scaldato per bene. Ora mi infastidisce pensare che sono anche corpo, che sono carne e pelle, bruciore di dentro per la maledetta allergia che mi procura la gomma. Ecco vorrei portare a casa solo la mente, spaccarmi in due e lasciare questo corpo ingombrante dentro una macchina nauseante di sesso. E se mi aspetta in sala da pranzo? E magari accende la luce, chissà se la lampo della gonna è finita davanti? Se ha perso le pieghe che avevo stirato con cura. Ma no, non può accorgersene se abbasso gli occhi e lo bacio. Con una mano mi riaggiusto i capelli per quello che serve. Chissà se ho le calze sfilate? Se immagina dove è finito il rossetto, che mi vergogno soltanto a pensare che stasera ho rimesso tre volte, per dargli il limite che gli avevo concesso, che illusa avevo previsto.

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