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27.10.04
Feticismo e Feticci
Il Feticismo e i suoi risvolti nella vita di coppia: come evitare che la Trasgressione possa mandare a monte il rapporto
In sessuologia il Feticismo è l'utilizzo di oggetti inanimati, legati al corpo umano, come Reggiseni, Calze, Scarpe, Autoreggenti, Stivali, Reggicalze, Reggiseno, Piedi o altri accessori femminili che diventano ingredienti fondamentali per l'attività sessuale. Solitamente il feticcio è necessario per raggiungere lo stato di Eccitazione e, in sua assenza, si possono verificare delle disfunzioni nell' erezione (impotenza). Spesso il feticista si masturba tenendo in mano l'oggetto, strofinandosi contro, odorandolo o leccandolo e potrebbe chiedere al partner di indossare il feticcio durante i loro Giochi Erotici. Per parlare di Feticismo ci sono però altri criteri da considerare: si deve verificare da più di sei mesi, essere un pensiero ripetitivo, costante, che pervade l'intera vita dell'individuo, con estensione oltre la sfera sessuale, spesso in grado di produrre disagio personale (sensi di colpa, depressione e vergogna); soprattutto va sottolineata la caratteristica dell'indispensabilità, ovvero in assenza del feticcio il Sesso non riesce o fa fatica a funzionare. Occorre quindi differenziare il feticismo dall'uso non patologico di fantasie, comportamenti o oggetti sessuali come stimolo per l'eccitazione. Il provare ad avere un'eiaculazione su scarpe a punta può essere ad esempio vissuta come una fantasia erotica che rimane tale e viene utilizzata per raggiungere l'eccitazione nel corso dell'attività sessuale (solitamente le Fantasie costituiscono un giardino segreto di cui non si parla o per pudore o perché parlandone perderebbero la loro carica erotica). Può invece succedere che rappresenti un desiderio Trasgressivo da soddisfarsi passando all'azione: ed ecco quindi il rivolgersi ad Accompagnatrici, facile escamotage per rimuovere i freni inibitori del nostro super-io.
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Le sue mani disegnano sotto le mie gonne mappe del viaggio che la pendola ha compiuto, le mie si perdono sul suo corpo, confuse avventuriere. Mi chiedo se fosse così frenetico anche il bisogno di quegli amanti e se fosse più difficile trovare la pelle nuda sotto gli strati di tessuto... forse erano più abili o forse erano abituati ai loro abiti quanto noi lo siamo ai nostri. Sento la sua risata contro la mia bocca... dunque ho dato voce a questi pensieri. Scioglie i miei capelli contro le venature del legno, li vedo confondersi nello specchio, il mio viso che appare e scompare dietro le sue spalle. Chiudo gli occhi, anche se quello specchio dorato mi mostra solo ciò che stiamo per diventare, le sensazioni che mi assorbono da dentro, trasportandomi in un luogo che forse ha visto altri amanti. E poi restiamo soli, avvolti dal solo desiderio, le sue mani mi stringono in vita, sollevandomi contro la pendola, accarezzandomi le cosce che lo avvolgono come due serpenti, mentre respiriamo l'uno con la bocca dell'altro, senza spezzare il continuo scorrere di questo calore. Sento sotto la lingua il profilo pieno delle sue labbra, il battito selvaggio del suo cuore, mentre le sue dita scoprono le linee della mia schiena inarcata, l'umidore che tradisce ciò che mi fa provare. Neppure il suo corpo sa tenere certi segreti. Il suo bisogno preme sempre più insistente, soddisfacendo il mio, in una prima lenta spinta che mi lascia senza fiato, aggrappata a lui, in attesa che quest'energia potente si sprigioni e ci bruci completamente. Lo avvolgo stretto, sentendolo pulsare e muoversi, accompagnandolo in questa danza antica, scandita dai suoi fianchi e dai miei, una sfida all'equilibrio, una gioiosa sottolineatura alle parole che mi sussurra instancabile, provocandomi sempre e ancora. Non sono preparata a questo lento vibrare che mi sale dentro. Le ore risuonano in me insieme ai movimenti del suo corpo forte, ma il nostro piacere non è Cenerentola e continua a fluire, mentre sdraiati su un tappeto provo a dominarlo, immaginando il seguito della favola, giocando con il suo petto liscio, con i suoi muscoli che sussultano sotto le mie mani vagabonde. Scivolo sulle sue gambe per baciare il suo ombelico e una curiosa costellazione di nei un po' più giù... la passione che dimostro per questa nuova forma di geografia astronomica lo coinvolge parecchio di nuovo. Le mie labbra accolgono il suo entusiasmo, così come le sue si mettono d'impegno per non lasciar nulla d'inesplorato le sue dita percorrono la mia pelle come una cartina, il mio corpo come un continente, ricco di valli, colline e grotte.
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Le sue labbra seguono fiumi sotterranei fino alla sorgente che è sua, per sempre. Storie di viaggi che si consumano ancora tra le mie cosce, mentre il suo corpo duro risale la corrente senza sosta, fantasie di amori mentre la mia bocca duella con la sua, il profumo della passione che pervade la stanza e appanna lo specchio, mentre la pendola continua a scandire rintocchi fino all'alba. E' un raggio timido che filtra sotto le pieghe del raso ed illumina la barba lunga sul suo mento, il petto che si solleva piano nel sonno. Mi piace dormire su di lui, ma non posso permettere che apra il negozio così... non voglio sapere se la gente sia abituata a vederne uscire donne a quest'ora. Non l'avrebbe mai neppure sognato. Se pochi mesi prima le avessero detto che sarebbe accaduto davvero sarebbe svenuta per lo choc. E invece era lì, davanti al portone, con i battiti del cuore che rimbalzavano nel cervello facendole venire l'emicrania, le tempie che scoppiavano e neanche una goccia di saliva in bocca. Era terrorizzata. Se avesse potuto sarebbe fuggita ma le gambe non rispondevano al cervello. Era pentita, pentita come non mai, si dava della pazza, si chiedeva cosa sarebbe successo se qualcuno l'avesse scoperta, si malediva per essere stata tanto stupida e si insultava da sola per aver ceduto alla parte irrazionale di se stessa, e mentre faceva tutto questo si materializzavano davanti le immagini di una vergogna pubblica che non poteva neanche immaginare di affrontare. I pensieri non facevano che aumentare il mal di testa e tuttavia capiva che in fondo non voleva tornare indietro, così prese la chiave e in qualche modo aprì il pesante portone d'ingresso, sperando di non incontrare nessuno. Entrò, cercando di simulare un'indifferenza che era ben lontana da provare e scivolando lungo il muro dell'atrio arrivò vicino all'ascensore e si appoggiò alla parete. Man mano che procedeva si sentiva sempre più goffa, brutta e ridicola, tanto ridicola. I sensi di colpa continuavano a materializzarsi sempre di più prendendo le sembianze di sua madre, i suoi colleghi, i suoi amici. Provò a girarsi per uscire ma i piedi andavano da soli dentro l'ascensore, come quelli di un condannato rassegnato al patibolo. "Se solo potessi prendere fiato", pensò, "solo un attimo a riflettere, un momento per respirare con calma." Ma non c'era niente da fare, la parte razionale non l'ascoltava più. Si consolò pensando, tanto lui non verrà, vedrai non succederà niente, me ne starò lì un'ora da sola, mi calmerò, mi passerà tutto e me ne tornerò a casa come se niente fosse. Ah, se riuscirò a tornare a casa non lo farò mai più, mai, mai più, lo giuro. La lezione mi è bastata, non sono tagliata per queste cose e mentalmente implorò un'entità superiore non ben definita: ti prego, fa che non venga, lo sai non facevo sul serio, fa che non venga ti scongiuro.
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Mentre si tormentava in questo
modo si ritrovò sul pianerottolo, davanti alla porta
dell'appartamento che oltretutto non era neanche suo. Entrò,
l'ambiente era gradevole, arredato in modo moderno anche se un
po' impersonale, un delicato profumo di incensi orientali era
nell'aria. La moquette scura sembrava pulita, i due divani rossi
spiccavano in contrasto con le pareti bianche. Dietro una
libreria a giorno c'era il grande letto matrimoniale di design
con la testata imbottita, rossa come i divani.
Si sedette, guardò l'orologio, mancava più di mezz'ora
all'appuntamento. Sì, ma quale appuntamento! Tanto non sarebbe
venuto nessuno, non voleva che venisse nessuno. Tutto di colpo le
sembrò squallido e premeditato. Si sentiva insicura e
imbarazzata. Le venne da vomitare e cercò il bagno ma non vomitò,
anzi. Il bagno le diede un senso di calma come le capitava quando
si trovava in riva al mare o al lago o comunque vicino all'acqua.
Si guardò intorno, era un bell'ambiente, studiato per "quel"
particolare tipo di incontri, con una enorme vasca rialzata,
piastrellata con piccole tessere di mosaico in gradazioni di blu
alla quale si accedeva grazie a due gradini. Le pareti erano
azzurre, da un lato un'ampia doccia che poteva contenere
comodamente quattro persone, chiusa da un vetro trasparente e
dietro un muretto basso si trovavano i servizi igienici. Uno
specchio enorme copriva quasi interamente la parete dove erano
alloggiati due ampi lavabi, incassati in un piano di marmo nero
screziato di blu. Niente male. D'istinto aprì i rubinetti della
grande vasca e lasciò che il rumore dell'acqua la calmasse
ulteriormente. Aveva ancora tempo, sospirò e si disse che in
ogni modo si meritava almeno di provare un bagno così. Versò
del bagnoschiuma nell'acqua che inizio a produrre la più
abbondante schiuma azzurra che avesse mai visto. Pensò che non
fosse molto ecologico, ma pazienza. Poi trovò delle candele in
soggiorno e le sistemò accese tutt'intorno alla vasca. Spense
tutte le luci, accese lo stereo, si spogliò e si immerse in
quella meraviglia. Dopo un buon quarto d'ora si ricordò perché
si trovava lì e pensò che era ora di andare. Usci velocemente
dall'acqua e si infilò l'accappatoio, stava asciugandosi quando
il suono del citofono per poco non le fece venire un infarto. Il
cuore iniziò a picchiare in testa, le orecchie ronzavano, si
impietrì e non riuscì più a deglutire. Un altro suono, più
insistente, quasi scocciato sembrava dire, bene, mi hai fatto
venire fin qui, ora apri. Si diresse verso l'anticamera, alzo la
cornetta e disse solo: "Terzo piano" ed attaccò
immediatamente. "E ora che faccio?" pensò in preda al
panico, "potrei scappare per le scale, ma non sono vestita e
sono anche tutta bagnata, accidenti a me, accidenti a me!" e
le venne da piangere, si sentiva eccitata e confusa, non sapeva
che fare, di colpo le sembrò di svegliarsi da un sogno e si
chiese che cosa facesse lì e le prese l'impulso di uscire, ma il
rumore della porta dell'ascensore che si richiudeva sul
pianerottolo le fermò il cuore. Questione di secondi e poi si
trovò a dover prendere la decisione più rapida della sua vita,
respirò a fondo, ok si disse, se è venuto fin qui.
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Prima di quel momento c'erano stati solo sguardi che non riusciva a decifrare, ora apparentemente incoraggianti ora freddi e distaccati, mentre la conversazione era relegata a brevi, distaccate informazioni di lavoro, difficile scivolare sul personale, lei non osava e lui non sembrava interessato. Così dopo tre mesi di quel tormento si era decisa a mandargli una mail nella quale c'era solo un indirizzo, una data e un'ora. Non aveva mai fatto la corte ad un uomo, perlomeno, non in quel modo, ma le sensazioni che la sola vista di lui le procurava erano di un'intensità tale da non potersi descrivere. Le fantasie arrivavano alle stelle e la depressione che le seguiva scendeva fino al centro della terra. Non era amore, questo lo sapeva con certezza, era attrazione, pura e semplice attrazione fisica, ammesso che si possa essere attratti solo dall'aspetto di una persona e non dalla sua mente. Così aprì la porta e lo fece entrare, lui fece appena in tempo a dire "Ciao" con un sorriso un po' imbarazzato, poi prima di richiudere lei disse "Vieni" e prendendolo per mano lo condusse sul divano. Lo fece sedere, si sedette vicino e guardandolo negli occhi gli passò la mano sui capelli corvini lunghi sugli occhi e sul collo, portati con un taglio scalato e la riga da un lato, forse un po' troppo adolescenziale per la sua età, un casco ostentato con un misto di disinvoltura e fastidio, sottolineato dal frequente passarci la mano per scostare il ciuffo dagli occhi. Mentre lo accarezzava l'uomo la fissava immobile, perplesso e indeciso sul da farsi. Lei stette così qualche secondo poi fu come se qualcun altro parlasse al posto suo: "Prima che tu dica qualsiasi cosa ti devo una spiegazione. Non so cosa mi stia succedendo, non ti so spiegare perché non lo capisco neanch'io, so solo che mi stai togliendo il sonno e provo un'attrazione per te come non ricordo di aver mai provato", fece una breve pausa come per riordinare le idee e la stessa persona che non pensava di conoscere proseguì: "Se questo fosse un sogno ora vorrei che tu ti spogliassi e che mi raggiungessi di là, ma se non vuoi conosci l'uscita e in quel caso stai sicuro che non ti importunerò più. Se invece deciderai di rimanere sappi che voglio incontrarti una volta sola, oggi, qui e ora e che c'è un'unica reciproca condizione da rispettare: soddisfare ogni richiesta dell'altro senza rifiutare e senza discutere. Decidi tu liberamente, ti chiedo solo, qualsiasi decisione prenderai, di tenere questo segreto per te, se qualcuno sapesse non mi piacerebbe". Poi si alzò, lasciò cadere l'accappatoio come aveva calato le sue carte e le sue difese e con il cuore in gola andò ad immergersi nella schiuma. Per un tempo che le sembrò interminabile aspettò, poi sentì il rumore di un corpo che entrava nell'acqua istintivamente tese le mani in avanti come per difendersi da qualcosa che non conosceva. Nella semioscurità della fioca luce delle candele anche l'uomo tendeva le mani per cercarla. Le dita si sfiorarono e le palme delle mani si appoggiarono le une alle altre. "Sono qui" disse lei con la voce spezzata avvicinandosi così tanto da sfiorare la bocca dell'uomo. Si augurò di non avere malattie cardiache non diagnosticate perché, ne era sicura, stava per scoppiarle il cuore.
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Postato il 27.10.04 18:43